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Invecchiamento esponenziale

Diciamo l’età di un neonato in mesi. Tredici mesi, diciotto mesi: ogni mese di una nuova vita è denso di cambiamento, e l’unità di misura onora questa densità. Poi, senza che nessuno lo decida, l’unità cambia. Nessuno dice che un bambino ha centotrenta mesi. Un bambino di dieci anni ha dieci anni, e per un lungo tratto della vita l’anno è la misura giusta di ciò che stiamo diventando.

Oggi è il mio compleanno, e ho smesso di contare gli anni.

Ho sessantun anni. Ma quando qualcuno mi chiede quanti anni ho, rispondo settanta, perché arrotondo per eccesso al decennio. È il decennio l’unità che ora porta l’informazione. Tra i cinquantanove e i sessanta succede qualcosa che merita un nome. Tra i sessanta e i sessantuno? L’anno ha smesso di essere significativo come traguardo, esattamente come il mese quando avevamo due anni.

E ho intenzione di continuare. Quando avrò centouno anni risponderò duecento, perché sarò nel mio secondo secolo, e a quel punto non avrà senso contare nulla di più piccolo. Chiedetemelo di nuovo più avanti, e potremo cominciare a tenere il conto dei millenni.

L’ho chiamato invecchiamento esponenziale, anche se un matematico obietterebbe gentilmente che il metro è logaritmico. Hanno ragione entrambi, perché descrivono la stessa curva da estremi opposti. Le unità con cui contiamo una vita crescono per ordini di grandezza: mesi, anni, decenni, secoli. Disporre una vita su questa scala è ciò che fa un logaritmo. Visto dall’altro lato, perché le unità continuino a crescere, la vita che misurano deve continuare ad allungarsi: e questa è la visione esponenziale di una durata di vita.

La nostra percezione funziona già così. Un anno è un tredicesimo di tutto ciò che un tredicenne ha mai vissuto, e un sessantunesimo della mia vita finora: è in parte per questo che gli anni sembrano accelerare man mano che li accumuliamo. Sentiamo il tempo in modo proporzionale, non assoluto. Le unità che propongo rendono semplicemente la nostra età dichiarata onesta rispetto a come una vita viene davvero vissuta: in capitoli che crescono con noi.

Le unità di misura sono scommesse. Contare l’età di un neonato in mesi è scommettere che il prossimo mese conti enormemente, ed è così. Contare i decenni è scommettere che ci siano decenni davanti per cui vale la pena fare piani. Contare i secoli è scommettere che la scienza della longevità arrivi all’estensione radicale della vita: una scommessa che faccio apertamente e con allegria, sapendo che potrei perderla. La mia illusione è di non morire. Il mio obiettivo, quando accadrà, è morire con molti progetti aperti.

Niente di tutto questo è negazione, e non è nemmeno vanità, visto che la mia versione arrotonda per eccesso e non per difetto. È un modo di orientarsi verso il futuro con la stessa serietà che concediamo al passato. I miliardi di anni che ci hanno preceduto non ci hanno chiesto il permesso di passare; gli anni davanti a noi sono gli unici in cui il nostro pensare, fare ed essere può fare la differenza.

Così oggi ho settant’anni, più o meno una convenzione di arrotondamento. Il momento di pensare, di fare, di essere, è adesso.